:: Nicola Bombacci
Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna il 24 ottobre 1879 da famiglia proletaria.
Fu un "comunista in camicia nera" riprendendo il titolo di un famoso libro di Arrigo Petacco. Strana la sua sorte: da comunista della prima ora a fascista dell’ultima.
Dal famoso congresso di Livorno del ’21 in cui si sancì ufficialmente la nascita del Partito Comunista Italiano il suo percorso di vita terminerà a Dongo, insieme a Benito Mussolini.
Entrato a far parte del partito socialista nel 1903, esattamente tre anni dopo il futuro duce, si schiera immediatamente con l’ala più intransigente del partito, che ben presto arricchita dalla massa proletaria scontenta diventa la corrente maggioritaria.
Nel settembre del 1918 Bombacci divenne segretario nazionale del partito socialista e venne riconfermato nella sua carica anche l’anno successivo, venendo riconosciuto a gran voce leader nel mondo del socialismo italiano. La sua identità politica di matrice filo-sovietica e la sua trasposizione massimalista del socialismo lo vide, come già detto, nel 1921, dopo il rientro nei ranghi del PSI del vecchio segretario Lazzari accusato di disfattismo, tra i fondatori a Livorno del Partito Comunista Italiano. Insieme al compagno Gramsci e ai comunisti integrali di “Ordine Nuovo” appoggia l’impresa fiumana di D’Annunzio e intrattiene rapporti con i futuristi in particolare nella persona del nazionalista Marinetti. Ma il 16 Novembre del 1922 avvenne l’irreparabile, Benito Mussolini, allora già capo di governo annunciò alla Camera dei deputati la nascita dell’URSS, divenendo il primo stato a riconoscerne ufficialmente la nascita con questa affermazione: "Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà, i nostri rapporti con quello stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non voglio entrare". Nicola Bombacci, delle cui attitudini filorusse abbiam già parlato, accolse con favore ed entusiasmo le parole di Mussolini, accostando addirittura le due rivoluzioni come già in passato fece l’On. Francesco Saverio Nitti. Ma queste sue affermazioni vennero interpretate in malo modo sia dagli esponenti fascisti, che vedevano nel bolscevismo il male antinazionale, sia da la maggioranza del partito comunista. Così nel 1927, per ordine dell’Internazionale comunista e dopo un lungo braccio di ferro Nicola Bombacci venne espulso dal PCd’I.
Bombacci, sin dal ’27 cominciò a guardare con favore al fascismo di sinistra e nel 1936 con autorizzazione del duce, iniziò la pubblicazione del mensile “La Verità” aiutato da vecchi socialisti quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta.
Il 13 Ottobre del 1940, nell’apice dell’idillio tra Stalin e Hitler, pubblicò delle parole che riassunsero chiaramente il sogno di socialità che si respirava apertamente negli ambienti fascisti: “eppure il giorno verrà, in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale”.
Nicola Bombacci, a cui sempre cari furono, nonostante le sue vicende, gli ambienti socialisti, si battè per la liberazione di Antonio Gramsci dalle carceri e per la reintegrazione di ex-socialisti all’interno dei sindacati fascisti. Nel 1943, dopo la caduta del regime, Bombacci seguì fedelmente il duce nella sua avventura repubblicana e scrisse in una lettera: "Duce, già scrissi in "la Verità" nel novembre scorso — avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi — sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re e di Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22".
A lui si deve la legge più rivoluzionaria che l’intera legislazione fascista mai propose la socializzazione che venne anche integrata come uno dei momenti chiave dei 18 punti di Verona che gettavano la base alla RSI. Il Duce lo volle sempre vicino, fino alla fine della Repubblica Sociale Italiana,come fidato consigliere e depositario degl’ideali sansepolcristi in fondo padri dell’anima sociale del Fascismo che interpretò nelle grandi riforme popolari e innovazioni sociali che apportò nello stato italiano. Venne catturato e assassinato dai partigiani subito dopo il 25 aprile 1945.