:: Berto Ricci
Berto Ricci nacque a Firenze il 21 maggio 1905. Morì a 35 anni in combattimento - contro gli inglesi a Bir Gandula in Cirenaica - la mattina, verso le nove, del 2 febbraio 1941. Trentacinque anni vissuti intensamente, come giornalista, come poeta, come matematico, come scrittore. Fu un fascista anticonformista, sanguigno, maestro di carattere, coscienza senza sonno, uomo di viventi e cocenti passioni. Secondo Indro Montanelli (prefazione allo “Scrittore italiano” - Editore Ciarrapico): “Fu l’esempio di un nuovo tipo d’italiano che il Fascismo ha tentato di costruire per trasformarsi in una vera rivoluzione”, ma anche “il solo maestro di carattere che io abbia trovato in Italia”. Sul “Borghese” del 4 novembre 1955, sempre Montanelli scrisse: “Quando decisi di voltare le spalle al fascismo e andai a parlarne con Berto Ricci, questi mi disse: “Pensaci bene. Per non arrossire di fronte a noi stessi e l’uno di fronte all’altro, se imbocchi questa strada, devi batterla fino in fondo, sino al confino o all’esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico”. Lì per lì, quando Berto mi disse che se imboccavo una nuova strada, era mio dovere batterla fino in fondo, mi pareva di essere ben deciso a farlo. Ma poi mi accorsi che, per battere fino in fondo una strada, bisogna sapere almeno qual è. Ed io non lo sapevo. Credevo di essere diventato antifascista, ma non era vero. Anticipavo solo di qualche anno quella malinconica cosa che è l’Italia di oggi, l’Italia smaliziata e utilitaria degli italiani che non ci credono più. E’ così che diventai scanzonato ed entrai nella compagnia dei grandi scettici, cioè di coloro a cui si deve il bel capolavoro di questa Italia. Mi ero illuso di aver trovato una bandiera: ora so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare nella mia vita è quella che disertai, prima che cadesse. Fummo giovani soltanto allora, amici miei!”
E ancora: “A quella grande epopea mancata che fu il fascismo, l’ ”Universale” di Berto Ricci fornì un contributo, la cui inutilità non toglie nulla al suo valore. Quando un giorno si farà, al di fuori della polemica, la storia di quel regime e dei tentativi che nel suo interno furono fatti da alcuni giovani per impedirne la mummificazione, quel piccolo quindicinale apparirà più importante del “Popolo d’Italia”.
Nel 1932, Berto Ricci aderì al Partito Fascista, divenendone un esponente del fascismo possibile, come Guido Pallotta, Niccolò Giani, Carlo Roddolo e Dino Garrone. Al Fascismo arrivò frequentando gli ambienti di “Strapaese” e collaborando al “Selvaggio” di Mino Maccari. Dopo la laurea in matematica, conseguita a ventun anni a Pisa, cominciò ad insegnare nella scuola media e nel frattempo collaborava con alcune riviste fiorentine. La prima fu “Il Bargello”. Nel gennaio 1931 avviò la pubblicazione di una rivista, “L’Universale”: la prima uscita fu il 3 gennaio, anniversario del famoso discorso mussoliniano della presa del potere. “Fondiamo questo foglio con volontà di agire sulla storia italiana. Contro la filosofia regnante, che fermamente avverseremo, non ammettiamo che tutto sia storia: storia non è quel che passa e quel che dura, ripudiamo l’effimero e ce ne facciamo negatori... Non ci sentiamo continuatori di nessun vivo; noi s’è imparato a scrivere da Niccolò Machiavelli e dal popolo d’Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri. Chi sognasse di averci creato, si disilluda: gli uomini li crea Iddio... Abbiamo l’ambizione incredibile di portare la letteratura e l’arte all’altezza del primato. Saremo dunque universali, e contro qualunque resto di nazionalismo ; moderni, e senza idoli, né d’aeroplano; saremo caldi, com’è degli uomini. Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l’abito della vastità, l’amore e l’ardire, il dominio dei tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi.”
Oltre ai suoi scritti, ”L’Universale” ospitò, tra gli altri, scritti e disegni di Benito Mussolini, Edgardo Sulis, Diano Brocchi, Giorgio De Chirico, Ugo Betti, Indro Montanelli, Giuseppe Ungaretti, Ottone Rosai, Luigi Bartolini, Camillo Pellizi. Scrive a Ottone Rosai: “Sicuro, ho fatto la guerra perché c’era da spendere tutto e riscuotere tutto, ma non per me, ma per gli altri; e ho fatto il fascista perché lo spirito ne trasse gli stessi vantaggi che dalla guerra sono derivati, e sono rimasto fascista perché è necessaria la vigilanza disinteressata e diretta, ma mi guarderei bene dal far la rota a un posto qualunque o dall’accettare di esservi nominato. Ho da servire una fede e so che soltanto col purificarmi la mente e col denudare la mia anima posso servirla e non col diventare accademico o deputato, dalla poltrona dei quali è possibile impartire del bene. Sto a casa mia, sto con la mia miseria, col mio destino e servo fino in fondo; e, se a un tratto, indipendentemente da questo, occorra la vita, sia pure, per il bene degli altri.”
“L’Universale” terminò le pubblicazioni il 25 agosto 1935 e l’editoriale, firmato da Ricci concludeva: “Questo giornale finisce quando deve finire, quando il suo desiderio di battaglia e di grandezza trova appagamento magnifico nel volere del Capo. Non altro chiedevamo e non altro credevamo. Bilanci? Li tirerà chi ritornerà. Ora, camerati, non è più tempo di carta stampata: e se ieri un’Italia letteraria ci parve buffa, oggi a noi poeti essa appare come la personificazione dell’irreale. Non è più tempo di carta stampata.“
Per due anni insegnò matematica a Palermo, poi rientrò a Firenze ed ebbe la cattedra a Prato. Sul fronte egiziano portò con sé un quaderno in cui annotava pensieri per un nuovo libro sulla gioventù fascista, che andò perduto: si sarebbe intitolato “Tempo di sintesi”. Il tema della classe dirigente è centrale nel pensiero di Ricci. Mirava alla formazione della seconda generazione fascista dei nuclei di una nuova dirigenza intellettuale e politica. Non fu nazionalista, né mai condivise come Gentile che fosse lo Stato a dover fare gli italiani, al contrario ricercò l’italianità ed il carattere nazionale da un incrocio di natura e cultura, “qualcosa d’imponderabile, eppure sommamente presente e reale”. Polemizzò contro l’”umanesimo rancido” e le astrattezze dottrinarie della riforma Gentile (“tutto quanto teoria è antifascismo”). Pubblicò articoli di fuoco contro il Concordato, in cui si redarguiva il regime per il suo atteggiamento nei confronti dell’Azione Cattolica. Rivendicò al Fascismo il diritto ed il dovere di educare i giovani, accusando la Chiesa di essere compromessa con la mentalità borghese e di non aver più nulla né della santità francescana né dell’eroismo sacro e profano dei papi rinascimentali. Ammonì contro il “troppo unisono” e la “troppa ortodossia” che poteva anche “significare un impero della mediocrità”, ritenendo che la migliore avanguardia giovanile rappresentava una garanzia contro ogni imbalsamazione del regime e ogni interessata “normalizzazione”. Affermò che la proprietà inviolabile non era affatto un principio dello Stato fascista, ma un dogma liberale, inglese e non romano e che “si poneva all’intelligenza fascista l’imperativo di non transigere con il mondo del denaro, cioè con la concezione mercantile della vota e con quella plutocratica della società”. Accomunò Fascismo e bolscevismo come movimenti destinati a mettere in crisi il sistema di Versailles, l’egemonia del capitalismo anglosassone, “l’Europa della pace ladra, antiitaliana e antiumana”. Il 10 gennaio 1933 venne pubblicato il “Manifesto realista” (sottoscritto da Ricci, Bilenchi, Pavese, Brochi, Petrone, Ottone Rossi, Sulis, Contri): contro il nazionalismo che fa da paravento agli interessi della borghesia, contro il capitalismo incapace di porsi di fronte ai nuovi grandi problemi sociali, contro il cristianesimo ridotto a virtuismo, ma esaltando la rivoluzione italiana, intrapresa dal Fascismo, come “premessa necessaria dell’Impero umano che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini”, e negando un avvenire sia alle ideologie democratiche che a quelle marxiste contrapponendo l’imperialismo popolare, l’eticità dell’economia, il dovere del lavoro, il corporativismo.
Ricci sostenne che il Fascismo avesse bisogno di una fase di “destra” che egli identificò nell’Impero, sia di una fase di “sinistra” in cui prevalsero la rivoluzione sociale nel grande e profondo processo economico imposto dalla rivoluzione corporativa. Ma il nemico numero uno, come scrisse nel 1938, “fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante... Il centro è compromesso, noi fummo affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità.”
Il suo forte anticapitalismo era in realtà l’applicazione coerente del suo antimaterialismo; il marxismo “è contrario alla natura umana, specialmente alla natura italiana.” Ma la Russia “con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa” e gli italiani col Fascismo “non possono sentirsi più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista. L’Antiroma c’è, ma non è a Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale.” Gli “Avvisi” de “L’Universale” ebbero profonda eco e indussero Mussolini a far convocare a Palazzo Venezia, nell’estate del 1934, Ricci ed i suoi collaboratori. Si complimentò per vecchie e recenti battaglie (compresa quella contro il razzismo hitleriano e tra i collaboratori dell’”Universale” c’è l’ebreo Ghiron) e li invitò a collaborare col “Popolo d’Italia”, dove tennero una rubrica “Bazar”. Anche se matematico, fu intimamente umanista da dedicarsi, oltre alle poesie, a traduzioni di Ovidio e di Shakespeare, in più nel 1931 pubblicò il saggio “Lo scrittore italiano”, intenso scritto che traccia il ritratto inconsueto del vero intellettuale che sa coltivare il suo anticonformismo creativo senza separarsi dalla vita politica e civile del suo popolo. Partì volontario in guerra per la seconda volta e venne inviato in Libia, nel Gebel Cirenaico, al 29° artiglieria. Nel gennaio 1941 scrisse ai genitori: “Ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia.” La mattina del 2 febbraio verso le nove, la sua batteria fu attaccata presso un pozzo montagnoso tra Barce e Cirene, vicino a Bir Gandula, e fu mitragliato da uno Spitfire inglese. Oggi è sepolto nel sacrario di Bari.
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